Esplorando la Galleria degli Uffizi di Firenze, s’incontrano i ritratti di due coniugi, l’uno voltato di profilo verso sinistra e l’altra verso destra, come a guardarsi, e in effetti una volta facevano parte della stessa cornice. Questa modalità di raffigurazione ricorda le antiche monete o medaglie, o i “dittici consolari” o i cammei del tardo Impero Romano, ai quali sicuramente essi sono ispirati, dal momento che risalgono all’epoca rinascimentale, una delle cui caratteristiche peculiari era l’ammirazione e lo studio del mondo classico antico, nonché la sua originale “rivisitazione”; essi sono raffigurati in primo piano, nei minimi particolari, contro lo sfondo di un paesaggio naturale di laghi e colline che si allontana a perdita d’occhio, avvolto in una luce chiarissima, che fa apparire le due figure come “sospese”, poste in una realtà ideale, armoniosa ed eterna. La donna, dal volto candido -come richiedeva l’etichetta di allora alla nobiltà- e vestita con un abito femminile dell’epoca sobrio ed elegante, presenta un’elaborata acconciatura dei capelli, e porta al collo una collana di perle, mentre l’uomo indossa un abito e un copricapo di colore rosso, tipici dell’epoca e del suo “status” di signore; i suoi lineamenti così realistici sono marcati, e rivelano un volto che non si può definire propriamente bello, con un naso particolare e aquilino, dai capelli irsuti e dallo sguardo fiero. Ma chi sono dunque questi due personaggi? I Duchi di Urbino, Federico 3° da Montefeltro e sua moglie Battista Sforza, e l’autore dell’opera non è altri che il celebre pittore rinascimentale Piero della Francesca, intimo amico del Duca Federico: quest’ultimo infatti fu un uomo di grande cultura -oltre che un audace condottiero e un abile politico-, che si circondò nella sua corte di artisti e letterati, e riuscì a trasformare il ducato di Urbino in uno dei centri artistici e culturali più importanti del Rinascimento italiano, secondo solo a quello di Firenze governato da Lorenzo il Magnifico. Questo suo guadagno di notorietà e prestigio non fu tuttavia privo di aspetti oscuri, spregiudicatezza nelle alleanze e una buona dose di violenza -come d’altra parte avveniva di frequente all’epoca delle Signorie, durante le vicissitudini della loro affermazione: pare, ad esempio, che egli non fosse stato del tutto estraneo alla congiura ordita ai danni del suo fratellastro Oddantonio, terminata con l’assassinio di questi, che in effetti aprì la strada alla sua scalata al potere; questa continuò fino al 1474, anno in cui raggiunse il culmine della sua fama, venendo ufficialmente nominato Duca di Urbino dal papa Sisto 4°, nonché Gonfaloniere della Chiesa. Durante quegli anni fu capitano di ventura di diverse sanguinose battaglie, in particolare contro il suo acerrimo nemico Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini: l’ostilità tra le due casate risaliva addirittura alla metà del Duecento, e ai motivi politici -territoriali ed economici- si aggiungeva un sentimento di forte antipatia personale tra i due.
Intorno al 1450, probabilmente nel corso di un torneo per festeggiare la nomina a Duca di Milano di Francesco Sforza, Federico ricevette un colpo di lancia al viso, che gli frantumò il ponte nasale e penetrò nel suo occhio sinistro, causandone la perdita, motivo per cui in seguito si fece ritrarre solo di profilo e dal lato sinistro, come in questo famoso dipinto.
Successivamente, egli si alleò soltanto col suddetto Francesco Sforza, e fu partecipe della famosa “Congiura dei Pazzi”, avvenuta all’interno del Duomo di Milano contro i Medici di Firenze; questa tuttavia fallì in parte, contribuendo anzi all’accrescimento della fama e del prestigio di Lorenzo il Magnifico. Comunque, le innumerevoli vittorie belliche conseguite da Federico furono spesso ottenute con stratagemmi attuati per evitare gli scontri armati: egli fu dunque spietato con chi gli resisteva ma magnanimo con coloro che si arrendevano. Gli ingenti guadagni derivati dalle imprese militari gli permisero di mantenere la sua splendida corte, e in particolare di edificare il Palazzo Ducale di Urbino e quello di Gubbio -dove egli era nato-, e inoltre di costruire e rinforzare rocche difensive; nonché, dato il suo profondo amore per la cultura, allestire una delle più importanti biblioteche dell’epoca. Ancora, da grande mecenate, come si diceva, chiamò ad operare alla sua corte, oltre al sopra citato Piero della Francesca, i pittori Paolo Uccello, Giusto di Gand e Pedro Berruguete, e inoltre il matematico Luca Pacioli e gli architetti Maso di Bartolomeo, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini; quest’ultimo, artista poliedrico, fu anch’egli suo amico e confidente, e divenne suo consigliere personale.
Senza contare una simile propensione per la cultura di sua moglie, Battista Sforza: nonostante la differenza di età -quando si sposarono lui aveva 38 anni e lei solo 14-, il loro fu quindi un matrimonio felice; ella aveva inoltre spiccate doti di governo, che dimostrava assumendo la funzione di vicario durante le lunghe ma necessarie assenze del marito.
Questi nutriva nel suo animo anche un profondo senso del sacro, probabilmente originatosi negli anni della sua infanzia, trascorsi a contatto con i monaci benedettini dell’Abbazia di Gaifa -vicino ad Urbino; in seguito ricevette una severa educazione religiosa da parte di alcuni monaci camaldolesi provenienti dal monastero di Fonte Avellana, non lontano da Gubbio, che gli fecero da precettori personali all’interno del suo contesto familiare, quello dei Montefeltro, i quali erano imparentati con il papa di allora, Martino 5°, nonché già da tempo Vicari Apostolici. Nel 1435, tredicenne, incontrò poi San Bernardino da Siena, che conquistò la sua stima e fiducia, tanto da indurlo a seguirne la direzione spirituale nel corso di tutta la sua vita. La “Bibbia di Montefeltro”, rara copia miniata del testo religioso, fu la sua Bibbia personale, che egli custodiva nella sua preziosa biblioteca e portava con sé anche durante le condotte militari, ed è attualmente conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
In sostanza, il governo “illuminato” di Federico da Montefeltro, caratterizzato da sapienza e moderazione, rappresentò l’apice dello splendore per la città di Urbino, dando luogo ad una magnifica vita di corte, alla quale s’ispirò l’umanista e letterato Baldassarre Castiglione nello scrivere il suo celebre trattato, “Il Cortegiano”: tramite il quale questi introdusse in Europa il concetto delle doti proprie del cosiddetto “gentiluomo” -o meglio ancora, del “principe” -, ampiamente seguito fino al 20°secolo…
Vittoria Montemezzo