Inizialmente, la storia di questa città, ancora senza nome, così come quella del
territorio circostante, fu legata alla storia della colonia romana di Luni: questa prese
avvio con la fondazione della città di Luna, alla foce del fiume Magra, nel 177 a.C., da
parte dei Romani, appunto; ma il suo porto era già utilizzato da tempo per l’attracco
di navi mercantili greche ed etrusche, e da ciò si comprende la sua importanza
“strategica”, che i Romani non si lasciarono sfuggire, nel momento in cui riuscirono a
prendere il sopravvento sulla popolazione di Liguri che abitava già da prima in quel
territorio, e che si era dimostrata assai difficile da conquistare.

Essi le diedero
dunque questo nome, consacrandola alla dea dell’astro notturno, probabilmente a
causa della forma di falce del suo porto, e corrispondente alla dea Selene, alla quale
già i Greci l’avevano consacrata; per i Romani, inoltre, questa divinità spesso non era
altro che un aspetto di Artemide-Diana, la dea della notte, della caccia e dei luoghi
selvaggi, probabilmente anche in riferimento alle ampie zone paludose che
circondavano quei luoghi, e che loro si apprestarono a bonificare.


In seguito alla caduta dell’Impero Romano nel 5° secolo, la regione venne devastata
dai barbari Eruli e Goti, ma con la successiva guerra gotica l’Impero Bizantino la
riconquistò, ed essa divenne parte dell’Esarcato d’Italia, come Provincia bizantina di
Liguria. Arrivarono poi i Longobardi, con il re Rotari, che la staccarono dal ducato di
Liguria annettendola a quello di Tuscia, e che contrastarono l’autorità dei vescovi di
Luni; i quali però la riacquisirono e si rinforzarono divenendo vescovi-conti sotto il
successivo dominio franco di Carlo Magno.

Dall’860 seguirono incursioni di Vichinghi e Saraceni, che portarono la zona al
decadimento. Così, nel 9°secolo, il centro più importante del Golfo era diventato
Vesigna, sul colle Marinasco; da qui però parte della popolazione cominciò a
migrare, contribuendo alla formazione di un primo borgo sul “Poggio” della Spezia,
che si sviluppò tra il 10° e l’11° secolo. La regione era entrata ora a far parte del
“Regno d’Italia” -come la maggior parte del Nord Italia- e nello specifico della marca
Obertenga.
Dall’inizio del 12° secolo, la Repubblica di Genova cominciò ad accrescere la sua
influenza sul Levante Ligure, La Spezia compresa: il cui nome viene citato, una delle
prime volte, in alcuni documenti del 1160, nei quali tali “Bonus Johannes e Baldus de
Specia” stabiliscono tra loro accordi commerciali.
Nel 13° secolo, ormai nell’orbita della Compagna Genovese, il borgo prese a
svilupparsi, grazie al commercio e all’industria del sale, mantenendosi tuttavia per
20 anni svincolato dal dominio di Genova; ciò permise a Niccolò Fieschi, un

esponente di parte guelfa, di creare un’effimera Signoria guelfa, tra il 1256 e il 1273,
che però terminò con la conquista del politico e ammiraglio Oberto Doria.
Tra il 13° e il 14° secolo, La Spezia proseguì il suo sviluppo, giungendo a diventare il
centro principale del Golfo, e nel 1343 il Doge Simon Boccanegra ne istituì la
Podesteria, che nel 1371 si unì a quella della vicina Carpena, per poi sopravanzarla;
inoltre si iniziò a costruire una solida cinta muraria a sua difesa.
Il 15° secolo segnò ulteriormente la sua crescita, specialmente nell’attività
commerciale, accanto a pesca e agricoltura; e finalmente, nel 1407, anch’essa poté
dotarsi di propri Statuti, cioè le leggi e le disposizioni che regolamentano la vita di
una comunità: una conquista davvero importante per la città, ciò che in un certo
senso la rendeva ufficialmente tale, riconosciuta dalla stessa Repubblica Genovese:
nacque così la “Comunità Spedia”.
Nel 1472, Genova era entrata a far parte del dominio milanese degli Sforza, e
conseguentemente anche La Spezia, dove quindi per volere del Duca di Milano
Galeazzo Maria Sforza prese avvio la costruzione di un arsenale.
Nel 1571, durante il periodo imperiale spagnolo di Carlo 5°, ottanta galee spagnole
presero posto nel suo Golfo, prima di unirsi alla flotta della “Lega Santa” contro i
Turchi Ottomani nella battaglia di Lepanto.
Nel 1606, tutte le fortificazioni della Spezia e del Golfo vennero revisionate e
consolidate.
Nel 1654, mercanti ebrei e stranieri furono invitati a stabilirsi nella città,
vivacizzandone così gli scambi commerciali, e allo stesso scopo venne istituita la
fiera annuale di S. Giuseppe, il suo patrono.
Nel 1797, con la Rivoluzione Francese, La Spezia si affrancò da Genova e divenne “Il
Dipartimento di Venere”, entrando a far parte della Repubblica Ligure dell’Impero
Francese; nel 1808, sotto Napoleone, diventò ufficialmente un porto militare, e si
intrapresero importanti opere pubbliche, tra le quali una rete stradale più ampia e
funzionale.
Con la Restaurazione, nel 1815 divenne parte del Regno di Sardegna, e nel 1823
capoluogo della Provincia di Levante, continuando il suo accrescimento. Le sponde
del Golfo, con la loro bellezza, unita alla mitezza del clima, cominciarono ad attrarre
colti viaggiatori ed artisti di ogni tipo, pittori, musicisti, poeti…anticipando così la sua
vocazione turistica.

Tra il 1862 e il 1869 venne costruito un Arsenale Militare Marittimo, come
precedentemente deciso dal governo piemontese con “regio decreto” (nel 1849), e
il Presidente del Consiglio dei Ministri di allora, nonché Ministro della Marina, il
Conte di Cavour, si occupò di trovare i fondi.
Nel 1891 cominciarono i lavori di costruzione del porto mercantile.
Nel 1923 diventò capoluogo di provincia, e nel ’29 sede diocesana.
Ed eccoci giunti alla Seconda Guerra Mondiale: nel 1944, La Spezia venne
pesantemente bombardata, e gran parte dei suoi edifici furono distrutti; ma sarà in
seguito tra le città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione dal
Nazifascismo.
Nel 1946, dal suo porto salpò la nave “Exodus”, che portava 4500 Ebrei sopravvissuti
allo sterminio verso la Palestina, affinché potessero trovare accoglienza presso la
comunità ebraica residente in quella terra.
E oggi è annoverata tra le città italiane promotrici della “Rete delle Città
Strategiche”.
In sostanza, questo è stato tutto il percorso che ha portato La Spezia a divenire sé
stessa.

Vittoria Montemezzo

A Caivano, è stato inaugurato un innovativo centro, “Lo Spazio dei Talenti”,
dedicato al supporto e all’inclusione delle persone con disabilità e delle loro
famiglie. L’evento ha visto la presenza della Ministra Alessandra Locatelli, che ha
sottolineato l’importanza del progetto, finanziato dal Governo.


Il centro, ricavato dalla ristrutturazione di un ex macello, offre ora un ambiente
accogliente e ben attrezzato per svolgere attività ricreative, artistiche e ludiche.
Inoltre, mette a disposizione sportelli di ascolto per supportare le famiglie nei loro
bisogni quotidiani. La gestione delle attività è affidata alla Croce Rossa Italiana,
con il coinvolgimento attivo di varie associazioni locali.


Durante l’inaugurazione, la Ministra ha espresso gratitudine verso tutte le
organizzazioni che hanno collaborato alla realizzazione del progetto e ha
evidenziato l’obiettivo di rendere il centro autosufficiente dopo i primi due anni di
attività. Locatelli ha anche espresso ottimismo riguardo alla futura collaborazione
tra le diverse entità coinvolte, auspicando che “Lo Spazio dei Talenti” possa avere
un impatto significativo e positivo sulla comunità di Caivano.


Questo centro rappresenta un esempio significativo di come le infrastrutture
dismesse possano essere trasformate in risorse vitali per la comunità,
promuovendo l’inclusione sociale e il supporto alle famiglie con membri disabili.

Cristina Zangone

“Salvare l’Africa con l’Africa”

Daniele Comboni nacque nel piccolo paese di Limone sul Garda, facente parte allora dell’impero Austro-Ungarico, nel 1831, da un’umile coppia di braccianti che lavorava nella tenuta di un lontano parente presso la località di Tesol, e che abitava nella casa del custode della limonaia. Egli era l’unico sopravvissuto di otto fratelli, e quando ebbe dodici anni si trasferì a Verona per frequentare un collegio per ragazzi meno abbienti, fondato dal sacerdote Nicola Mazza, professore nello stesso; questi infuse in lui così tanto l’amore per l’Africa e lo spirito missionario, da spingerlo a scegliere di dedicare la propria vita a questo continente, e nello specifico alla parte sub-sahariana. Così, nel 1854, a 23 anni, venne anch’egli ordinato sacerdote, dal vescovo di Trento Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, dopo aver proficuamente studiato anche le principali lingue europee dell’epoca, cioè Tedesco, Francese e Inglese; e a 26 anni, nel 1857, partì per il suo primo viaggio in Africa centrale, verso l’odierno Sudan, insieme ad altri cinque missionari.

Il gruppo giunse a Khartoum dopo quattro mesi, per raggiungere infine la stazione missionaria di Santa Croce, dopo aver risalito il corso del Nilo bianco: il viaggio non fu affatto facile, a causa della mancanza di mappe certe e mezzi di trasporto moderni, senza contare il caldo e le malattie provocate dalle punture d’insetti o dal consumo di cibo e acqua provenienti da fonti contaminate; fu così che Daniele, ammalatosi di Malaria, dovette rientrare in Italia, nel 1859. Nonostante ciò, continuò anche da qui la sua opera, ottenendo l’incarico per la “formazione dei ragazzi africani riscattati dalla schiavitù”. E incredibilmente riuscì a formare dizionari e grammatica delle lingue africane non scritte con le quali era venuto a contatto.

In seguito, nel 1864, a 33 anni, mentre si trovava in preghiera a Roma presso la tomba di San Pietro, concepì il suo famoso “Piano per la rigenerazione dell’Africa mediante l’Africa stessa”, proseguendo così il progetto del suo maestro Nicola Mazza di “salvare l’Africa con l’Africa”: Comboni nutriva infatti un’infinita fiducia nella capacità di riscatto socio-culturale dei popoli africani, e si prefisse lo scopo di fondare scuole in cui formare medici e insegnanti, nonché preti e suore del posto, votati a tale causa.

Poi, nel 1865, rimase solo, poiché Don Nicola Mazza morì, e l’istituto da questi fondato dovette chiudere, a causa sia di difficoltà finanziarie che di demotivazione da parte di tanti che avevano perso fiducia nella missione. Tuttavia lui non si scoraggiò, e intraprese un grande viaggio di animazione missionaria in Europa, trovando efficaci finanziamenti nella città di Colonia, in Germania; sua ferma volontà era infatti che il suo “Piano” assumesse una connotazione unica ed europea, e che inoltre mirasse non ad “occidentalizzare” l’Africa, quanto, invece, a “rigenerarla” con le proprie tradizioni e culture.

 Nel 1867, fondò quindi a Verona l’istituto che in seguito avrebbe preso il nome di “Missionari Comboniani del Cuore di Gesù”, e che divenne un punto di riferimento per quei missionari che intendevano proseguire la loro opera nonostante le difficoltà insorte; e parallelamente, nel 1872, quello delle “Suore Missionarie Pie Madri della Nigrizia” -altro nome con il quale all’epoca si chiamava l’Africa- il primo istituto missionario femminile della storia. Nello stesso anno, il papa di allora, Pio 9°, affidò ai Comboniani la missione in Africa centrale, nominando Daniele Comboni Vicario Apostolico di questa.

Nel 1873 egli fece dunque il suo ingresso a Khartoum, impegnandosi al massimo nel suo “Piano”. E qui infine morì, in seguito ad un’epidemia di Colera; ma combattendo fino all’ultimo contro i potentati locali, la schiavitù e la tratta degli esseri umani, e dopo aver dedicato a tutto ciò la sua intera vita.

Vittoria Montemezzo

Il 3 novembre 2023, il Consiglio dei Ministri ha adottato due decreti legislativi fondamentali per la tutela e l’inclusione delle persone con disabilità, emanati in attuazione della legge del 22 dicembre 2021, n. 227. Questi decreti segnano una svolta significativa nella legislazione italiana, proponendo un approccio rinnovato e integrato.

Primo Decreto: Nuova Definizione e Valutazione della Disabilità

Il primo decreto legislativo ridefinì la condizione di disabilità, introducendo un sistema di valutazione di base e accomodamento ragionevole, oltre a prevedere una valutazione multidimensionale per l’elaborazione di un progetto di vita individuale e partecipato. Questo testo normativo mira a semplificare i processi esistenti e promuovere un’effettiva inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità, considerando gli aspetti sanitari, sociali e sociosanitari.

Inoltre, il decreto aggiorna l’articolo 3 della legge n. 104/1992, sostituendo termini obsoleti legati all’handicap con “persona con disabilità”, segnando così un avanzamento significativo nella percezione culturale e legislativa della disabilità.

Secondo Decreto: Cabine di Regia per l’Inclusione

Il secondo decreto istituisce le Cabine di Regia per i Livelli Essenziali delle Prestazioni a favore delle persone con disabilità. Queste strutture sono incaricate di rivedere e proporre linee guida per l’ottimizzazione delle prestazioni essenziali, lavorando in sinergia con vari ministeri e agenzie. Le Cabine di Regia si avvalgono dell’assistenza organizzativa dell’Ufficio per le Politiche a favore delle Persone con Disabilità e della Segreteria Tecnica dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità.

Conclusioni: Verso un Futuro più Equo e Inclusivo

Questi decreti legislativi rappresentano una pietra miliare per l’Italia, con il potenziale di trasformare radicalmente la vita di milioni di persone, facilitando la loro piena integrazione nella società. Con la promulgazione di tali norme, l’Italia si avvicina alla realizzazione di una comunità più giusta e inclusiva, dove ogni individuo può contribuire e partecipare senza barriere.

Cristina Zangone

Dai miei ricordi scolastici, ciò che mi aiutò a comprendere e “imprimere” meglio nella mente cosa fosse stato l’Impero Bizantino fu un piccolo racconto, che si trovava nel libro di Narrativa della Seconda Media, incentrato sulla figura bambina di Teodora, la futura moglie di Giustiniano, il celebre imperatore dell’Impero Romano d’Oriente dal 527 al 565 d.C.; tale Impero, detto appunto anche “Bizantino”, dall’antico nome della sua capitale, Bisanzio -ma che all’epoca si chiamava Costantinopoli, dal nome dell’Imperatore Costantino, suo fondatore nel 395, e che oggi è l’odierna Istanbul-, raggiunse il suo massimo splendore proprio durante il regno e la guida di questi due famosi coniugi. E’ proprio in questo periodo che “entrò in scena” la città italiana di Ravenna, conquistata dal generale Belisario proprio per conto di Giustiniano, al termine della guerra contro i Goti: essa divenne la capitale dell’Esarcato d’Italia, nonché un importante centro di scambio culturale tra Oriente e Occidente.

 Ancora oggi possiamo renderci conto di tutto questo, o, perlomeno, cercare d’immaginarlo, ammirando le magnifiche raffigurazioni a mosaico che si trovano in questa città, nella Basilica di San Vitale, in cui i due imperatori consorti si stagliano splendenti e solenni sullo sfondo dorato, attorniati dalla loro corte. E fissando lo sguardo in quello apparentemente impassibile di lei, Teodora, e benché si presenti avvolta in una veste di porpora, e così riccamente e sfarzosamente ingioiellata, nonostante la sua apparenza così seria e regale, non riesco a trattenere nella mia mente una rapida immagine di quegli stessi profondi occhi scuri, attraversati però da un guizzo vivace di allegria e insolenza, proprio al ricordo di lei ragazzina in questa storia letta alle medie: frutto d’invenzione, naturalmente, per poter attrarre le menti dei giovani studenti di quest’età, e tuttavia così plausibile, rispetto a ciò che dovette effettivamente essere la sua fanciullezza.

La maggior parte d’informazioni che abbiamo riguardo alla sua personalità e alla sua vita, decisamente avventurosa, provengono dagli scritti dello storico militare e politico Procopio di Cesarea: il quale però nutriva avversione nei confronti del governo di Giustiniano, motivo per cui probabilmente esse sono in parte deformate o esacerbate da questa sua visione delle cose; inoltre le sue opinioni appaiono spesso contrastanti, a volte criticando e altre volte lodando l’operato dei due imperatori…

INFANZIA, ADOLESCENZA E GIOVINEZZA

Dunque, Teodora nacque probabilmente a Costantinopoli, (da Costantino chiamata anche “Nova Roma”, a sottolinearne la continuità con l’Impero Romano, dopo la sua scissione in parte Orientale e parte Occidentale) intorno al 500 d.C.: sua madre era un’attrice e danzatrice nel famoso Ippodromo-Circo della città, mentre il padre, di nome Acacio, faceva il custode di animali nello stesso; e aveva due sorelle, Comitò, la maggiore, e Anastasia, la minore. Procopio la descrive piccola ed esile, ma molto bella, come anche le sue sorelle, bruna e con occhi scurissimi; e pare che fosse anche spregiudicata, spiritosa e intelligente. L’ambiente in cui crebbero le ragazzine fu quello del circo, naturalmente, e presto la loro madre, anche a causa della morte prematura del marito, dovette avviarle alla sua stessa “carriera” per poterle mantenere, e all’epoca questa comportava spesso anche la prostituzione; ma come fece quindi una fanciulla di così umile origine a diventare la moglie di un imperatore?  Procopio narra di una sua adolescenza dissoluta, dovuta proprio alla sua “professione”, a causa della quale una volta rimase anche incinta, da un uomo rimasto ignoto, al quale affidò poi il bambino, chiamato Giovanni; il padre lo  portò con sé e lo crebbe in Arabia, svelandogli l’identità di sua madre, diventata nel frattempo moglie dell’imperatore Giustiniano, soltanto quando si trovò in punto di morte: il figlio decise così di farle visita, ma ella lo affidò poi alle cure di una persona fidata, tenendo la cosa nascosta a Giustiniano, per timore di una sua reazione. Pare che non molto tempo dopo ebbe anche una figlia, della quale invece si prese cura, cercando anche di assicurarle uno sposalizio con una persona importante, una volta che fu divenuta imperatrice.

LA “CONVERSIONE” E L’INCONTRO CON GIUSTINIANO

Ciò avvenne però in seguito, mentre verso il 518 Teodora ragazza conobbe un certo Ecebolo, governatore della Libia Pentapoli: i due ebbero una relazione, e vissero insieme in questa provincia per un po’, ma poi lui si stancò di lei e la cacciò; ritrovandosi in miseria, Teodora fu costretta allora a vagare lungo la costa africana per tornare verso oriente, e per mantenersi dovette nuovamente ricorrere alla prostituzione. Ma quando giunse ad Alessandria d’Egitto, conobbe il patriarca e il teologo monofisiti Timoteo 3° e Severo di Antiochia, e probabilmente colpita da questa corrente teologica cristiana dell’epoca, il Monofisismo -sostenente la tesi secondo la quale Gesù Cristo avrebbe in sé soltanto la natura divina e non quella umana- abbandonò la sua professione e divenne come una paladina di tale dottrina. Fu proprio in questo periodo, nel 522, che conobbe Giustiniano (tramite l’amicizia con una ballerina di nome Macedonia): questi non era ancora imperatore, ma lo era suo zio Giustino, del quale lui stava “seguendo le orme”, e aveva circa 20 anni più di lei; e probabilmente rimase profondamente colpito dalla sua bellezza e intelligenza. Le leggi dell’epoca non permettevano ad un uomo di alto rango come lui di sposare una donna di umile origine, e inoltre dal passato così “scandaloso”, ma, godendo della stima del suo potente zio, egli riuscì infine a persuaderlo a cambiare questa norma; i due poterono quindi sposarsi, e, nel 527, alla morte di Giustino, Giustiniano divenne Imperatore, associando subito a sé Teodora, con il titolo di “Augusta”. E fin da subito la giovane dimostrò un carattere forte e volitivo, nonché una spiccata abilità politica, interessandosi alle questioni di corte, sia politiche e militari che religiose, e spesso influenzando l’operato del marito, che non mancava d’interpellarla al riguardo; non bisogna però credere che egli fosse succube di lei, piuttosto nutriva una profonda stima e fiducia nei suoi confronti : non sempre la pensavano allo stesso modo, ma seppero sempre trovare l’accordo più adatto per affrontare le situazioni che si presentavano loro, giungendo nei fatti a governare insieme.

L’IMPERATRICE E LA SUA EREDITA’

 In particolare, Teodora dimostrò le sue forza interiore, capacità e prontezza durante la rivolta di Nika, nel 532, una grande sommossa popolare a causa della quale Giustiniano rischiò addirittura di perdere il trono: le due fazioni-tifoserie dell’Ippodromo di Costantinopoli (proprio quello in cu era cresciuta lei), i Verdi e gli Azzurri, si coalizzarono contro l’Imperatore, esasperati dall’inasprimento fiscale che egli aveva attuato per sostenere economicamente le sue conquiste, e misero a ferro e fuoco la città, arrivando persino a distruggere il vestibolo del Palazzo Imperiale e la basilica di Santa Sofia. Giustiniano era sul punto di fuggire, le navi erano già pronte nel porto, quando Teodora pronunciò il suo discorso: se lui voleva andarsene, che facesse pure, ma lei sarebbe rimasta, andando incontro al proprio destino, come un vero sovrano avrebbe dovuto fare, in quanto “Il trono è un glorioso sepolcro e la porpora il miglior sudario”; a quel punto Giustiniano desistette dal suo intento, e, con l’aiuto dei suoi generali Belisario e Narsete, represse duramente la rivolta. In seguito diede avvio alla ricostruzione di Costantinopoli, e in soli cinque anni la Basilica di Santa Sofia acquisì l’aspetto che ha ancora oggi.

L’ importanza di Giustiniano come imperatore è legata anche alla sua raccolta e sistemazione delle leggi del diritto romano nel famoso “Corpus iuris civilis”, divenuto la base di tutte le legislazioni che seguirono fino ad oggi; e fu grazie all’influenza di Teodora che, all’interno di questo, egli promulgò diverse leggi attinenti al diritto matrimoniale che migliorarono di molto la condizione femminile dell’epoca.

In sostanza, sono tante e spesso discordanti le immagini che ci giungono dal passato riguardo a questa imperatrice, lasciandoci nel dubbio: “dissoluta” e “peccatrice”, ma anche pia e devota; avida di potere e a volte persino crudele e spietata con i suoi nemici, con chi voleva ostacolarla, ma anche sensibile, attenta e generosa nei confronti di categorie deboli come le prostitute e i loro figli, dei quali conosceva bene i problemi e le difficoltà, avendoli vissuti in prima persona. Sicuramente una donna forte, coraggiosa e intelligente, con doti politiche non indifferenti, con cui contribuì non poco al successo del governo di suo marito; che la consultava prima di prendere ogni decisione, e che, quando ella morì, nel 548, neanche a 50 anni, a causa di un tumore al seno (uno dei primi casi documentati), non si risposò più, mentre il suo potere a poco a poco diminuì e le condizioni dell’impero peggiorarono. D’altra parte, egli non aveva più al suo fianco “l’onoratissima consorte che Dio gli aveva dato” (il nome Teodora in Latino significa “Dono di Dio”) e il suo “dolcissimo incantesimo”, come amava chiamarla, da perfetto innamorato…

Vittoria Montemezzo