Il recente bilancio approvato dal Governo destina oltre 360 milioni di euro a favore delle persone con disabilità, confermando l’impegno per migliorare la loro qualità della vita e promuovere una maggiore inclusione sociale. La Ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, ha evidenziato l’importanza di queste risorse, enfatizzando le iniziative volte all’integrazione sociale.

Fondo Unico e Semplicità nella Gestione delle Risorse Una delle misure principali include la creazione di un fondo unico di 200 milioni di euro per il triennio, volto a semplificare la distribuzione delle risorse. Questo fondo si propone di facilitare l’accesso ai servizi necessari per le persone con disabilità.

Innovazioni Significative per la Salute e l’Autonomia Tra le novità, si nota l’introduzione di procedure più agili per le revisioni mediche per coloro che soffrono di patologie oncologiche. Inoltre, la legge riconosce i cani d’assistenza al pari dei cani guida, garantendo loro l’accesso ai trasporti pubblici e ai luoghi aperti al pubblico, migliorando significativamente l’autonomia degli individui assistiti.

Supporto all’Istruzione Inclusiva Un altro importante intervento riguarda il settore educativo, con un aumento di 60 milioni di euro nei prossimi tre anni per le scuole paritarie che integrano studenti con disabilità. Questo finanziamento mira a rendere l’educazione più accessibile e inclusiva.

Gratitudine e Collaborazione La Ministra ha ringraziato i parlamentari per il loro contributo attraverso proposte che sostengono il terzo settore e le associazioni che promuovono lo sport inclusivo.

Formazione e Sensibilizzazione sui Diritti In parallelo, il Centro Interdipartimentale di Ricerca e Servizi sui Diritti della Persona e dei Popoli dell’Università di Padova, in collaborazione con enti come Disabled Peoples’ International-European Region e la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, organizza un corso di aggiornamento su “Diritti umani e disabilità”. Questo programma educativo mira a sviluppare una nuova cultura della disabilità improntata alla non discriminazione e all’inclusione sociale.

Queste iniziative, parte integrante della legge di bilancio, riflettono un impegno concreto verso la creazione di una società più equa e inclusiva per tutti i cittadini.

Cristina Zangone

Nella città di Pesaro, nelle Marche, in una piccola via chiamata via dell’Abbondanza, al di là di un comune cancello si nascondono alcune inimmaginabili ma concrete meraviglie, scoperte tra gli anni 2004 e 2005, durante il corso di lavori edili per la costruzione di garages sotterranei; mentre si scavava, ecco che, a solo un metro di profondità rispetto al piano stradale, ci si è imbattuti nella prima -che a quel punto ha richiesto l’intervento della Soprintendenza Archeologica delle Marche: i resti della bottega di un vasaio-ceramista del Cinquecento: una piccola officina con vasche e pozzetti adibiti alla lavorazione dell’argilla e una fornace per cuocere i mattoni; scavando ancora, ecco venire alla luce numerose impronte di pali portanti in legno di capanne ad uso abitativo, databili a partire dall’11°secolo d.C., quindi medievali, che dovevano avere tetti e pareti costruiti con materiale deperibile come fango e paglia: vicino a ciascuna di esse dovevano esserci inoltre piccoli spazi di terra coltivata ad orto per frutta e verdura, nei quali potevano trovare posto anche piccoli recinti per il ricovero di animali; scendendo ulteriormente, sono state poi rinvenute una cinquantina di semplici tombe, scavate nella nuda terra e prive di corredo, più che altro di bambini e adolescenti: ciò attesta che nello stesso luogo, ma più in fondo e in precedenza, in età altomedievale, si trovava quindi un’area cimiteriale -utilizzata tra il 5°e il 10° secolo d.C.; seguitando a scavare, nella parte più orientale è poi emerso un impianto termale, utilizzato fin dal 6°secolo d.C.: non si conoscono ancora le sue dimensioni precise, ma pare si tratti proprio di una struttura importante, con spogliatoi, piscine riscaldate e altri ambienti di servizio; infine, la meraviglia più grande, e anche più antica: parte di una villa signorile urbana, risalente alla prima età imperiale, con i resti visibili del cortile interno, il cosiddetto “peristilio”-nello specifico basi di colonne della struttura porticata-  e di alcune stanze intorno ad esso, con il pavimento decorato da raffinati mosaici composti di tessere bianche e nere, a formare diversi motivi geometrici “a tappeto”, come andava “di moda” proprio tra la fine dell’epoca repubblicana e l’inizio di quella augustea: seguendo schemi semplici come meandri, losanghe -cioè rombi-, esagoni o stellati, ma alternati tra le stanze, in modo tale da non risultare ripetitivi, e spesso accostati con maestria, ora a girali e ora floreali. Inoltre, da loro piccole porzioni e frammenti ritrovati, è stato riscontrato che le pareti fossero decorate da affreschi, con tonalità forti di pochi colori come nero, rosso e giallo ocra, secondo il cosiddetto “terzo stile pompeiano”, tipicamente in uso tra la fine del 1°secolo a.C. e la metà del 1°d.C.

Pare che questa “Domus” sia stata ristrutturata più volte, nonché abitata a lungo, almeno fino alla fine del 2°secolo d.C. I suoi ambienti sono disposti secondo lo schema “classico”: l’entrata con il “vestibolo” -una via di mezzo tra un ingresso e un corridoio- che portava fino all’atrio, cioè uno spazio aperto situato al centro della casa, ambiente principale della vita della famiglia, attorno al quale si aprivano le stanze private, e, in fondo, il “tablino”, equivalente al nostro salotto; oltre  quest’ultimo si trovava il famoso peristilio, il giardino interno delimitato da un portico, spesso ornato con alberi da frutto, erbe aromatiche e piccole vasche o fontane; intorno, prendendo luce da esso, si aprivano altri ambienti, che potevano essere il “triclinio”, ossia la sala da pranzo, o i “cubicola”, cioè le camere da letto, oppure altri locali di servizio.

In sostanza, i ritrovamenti archeologici stratificati di questo sito sono riferibili ad un arco di tempo di ben sedici secoli, cioè di millecinquecento anni circa; ed esso non è certamente l’unico: sotto i negozi, i palazzi e le strade della città di oggi sono celate le antiche botteghe, case e strade, frequentate, abitate e percorse dalla gente di allora: dai romani dell’antica “Pisaurum”-la cui consueta pianta rettangolare derivata dall’intersezione di cardo e decumano è riconoscibile ancora oggi nel centro storico- ai barbari e ai bizantini, fino alle persone vissute nel Medioevo e nel Rinascimento. E oggi, in questa Domus di via dell’Abbondanza, musealizzata dal 2015, è attivo un percorso multimediale, che, proiettando sulle pareti in cemento armato dell’edificio che la racchiude la ricostruzione virtuale e tridimensionale dei suoi antichi ambienti, permette ai visitatori d’immaginare come si svolgesse la vita quotidiana al suo interno; inoltre sono presenti modelli tattili e pannelli con scrittura braille per la fruizione del percorso anche da parte di persone ipovedenti. Oltre a ciò, due vetrine espongono i reperti rinvenuti con gli scavi, anch’essi appartenenti alle varie epoche rilevate: ceramiche, lucerne e oggetti della vita quotidiana; tra di essi, diventata il simbolo stesso della Domus, una piccola testa in terracotta di Eros addormentato…che non aspetta altro che di essere svegliato.

Vittoria Montemezzo

Come diverse altre città italiane, quella di Faenza rievoca ogni anno la tradizione storica del Palio, una sorta di gara risalente al Medioevo, e nello specifico all’epoca dei liberi Comuni, che viene disputata tra i rappresentanti dei diversi “rioni” -ossia le suddivisioni territoriali altomedievali componenti la città stessa-, generalmente con cavalli e/o asini; l’oggetto del contendere è, appunto, questo “palio”, cioè un drappo, un velo di stoffa preziosa, simbolo della città, che viene donato al vincitore. Tuttavia, il Palio di Faenza non è una semplice gara di corsa: si chiama infatti del “Niballo”, poiché i contendenti, a coppie, si sfidano nel colpire per primi un manichino di legno -comunemente detto “saracino”, in quanto avente le sembianze di un guerriero saraceno, il “nemico” per eccellenza a quell’epoca nella penisola italiana- conosciuto con questo nome, che deriva per storpiatura da quello di Annibale, il noto condottiero cartaginese che sfidò Roma. Un po’ alla maniera dei tornei medievali, i quali prevedevano però lo scontro diretto tra i due cavalieri, ognuno dei due impugna dunque la sua “bigorda”, cioè una lancia lunga 2,75 metri e pesante 3,750 chili; al segnale di via del “magistrato”, i due stalli affiancati entro i quali essi attendono in groppa ai loro cavalli vengono aperti, ed essi lanciano quindi i destrieri al galoppo, uno da una parte e uno dall’altra, percorrendo ognuno la propria sezione di tracciato semi-circolare, lunga circa 145 metri, fino a ri-incontrarsi dall’altra parte, parallelamente, proprio in prossimità del Niballo, con le due braccia distese e un bersaglio in ogni mano: il primo di loro che riuscirà a colpirlo, provocando l’alzata del braccio, vincerà la “tornata”, aggiudicandosi uno “scudo” del rione sconfitto. Questa sfida si ripeterà per ben venti volte, dal momento che i Rioni di Faenza sono cinque e ciascuno di essi dovrà affrontare tutti gli altri quattro. Alla fine, vincerà il rione che avrà conquistato il maggior numero di scudi, ma se questi dovessero invece risultare in numero pari tra i rioni, verranno disputate nuove tornate di spareggio, e in seguito, in caso di ulteriore parità, si terranno presenti le posizioni dell’anno passato. Tali Rioni sono storicamente i seguenti: il Giallo(di Porta Ponte), il Rosso(di Porta Imolese), il Nero(di Porta Ravegnana), il Verde(di Porta Montanara), e, infine, il Borgo Durbecco (di Porta delle Chiavi, ma precedentemente  chiamato “Rione Bianco”); i primi quattro sono delimitati dai quattro corsi principali della città, derivanti a loro volta dall’antica divisione di epoca romana in “cardo” e “decumano”, mentre il quinto, l’antico Borgo Durbecco, collegato alla città tramite il ponte sul fiume Lamone, venne istituito solo molto più tardi, nel 1959, anno in cui gli fu assegnato anche il colore bianco.

La gara si svolge attualmente nello stadio comunale “Bruno Neri”, la quarta Domenica di giugno, preceduta e seguita da manifestazioni ad essa inerenti, che caratterizzano quindi questo mese come “il mese del Palio”: è, in sostanza, una vera e propria festa, molto sentita in questa città romagnola. Ma a quando risale, di preciso, la sua esistenza? Pare che la prima giostra o “quintana”-cioè proprio un gioco di abilità di questo tipo, in cui il cavaliere doveva colpire lo scudo di un manichino (spesso dotato anche di una mazza rotante per il proprio “contrattacco”)- tenutasi a Faenza sia stata voluta nel Gennaio del 1164 dall’imperatore Federico Barbarossa, sceso in Italia per condurre una campagna militare; in quest’occasione egli venne ospitato a Faenza dai Manfredi, i quali proprio allora stavano emergendo tra le famiglie più influenti alla guida della città, e indisse dunque una giostra presso l’orto detto del Bryolo, dietro la casa dei Manfredi stessi, nel Rione Giallo, per rendersi conto del livello di destrezza dei faentini in battaglia: questi giostrarono però con armi di legno, per attenersi ai dettami della Chiesa. L’avvenimento, in seguito, resterà impresso nella memoria popolare, e altre quattro giostre si susseguiranno nei secoli nella città; la prima Quintana del Niballo “ufficiale” risale però al Febbraio del 1596 -benché con tutta probabilità si disputasse già in precedenza-, in tempo di Carnevale, diversamente dalle altre che si svolgevano invece in concomitanza di feste religiose. I concorrenti ovviamente potevano essere scelti soltanto tra le schiere dei nobili, mentre il popolo s’infervorava nelle tifoserie, al punto tale che spesso era necessario l’intervento del governatore per sedarle. Tutto ciò avvenne fino al 1796, quando dovette subire un arresto a causa dello sconvolgimento europeo seguito alla Rivoluzione Francese; per riprendere poi nel 1959, fino ad oggi.

E oggi la tradizione si rinnova, come si diceva, in mezzo ad eventi ad essa correlati: il primo di questi avviene perfino prima di Giugno, e specificamente il Sabato precedente la seconda Domenica di Maggio: esso consiste nella “Donazione dei Ceri”, una sorta di “legittimazione religiosa” ,che si tiene infatti in occasione della celebrazione della Beata Vergine delle Grazie, la patrona di Faenza, e quindi proprio nella Cattedrale della città, durante la Messa; al termine di questa, il drappo del Palio viene deposto, appunto, nella Cappella della Vergine, per essere visibile a tutti i cittadini, fino al giorno in cui si svolgerà la gara, quando verrà portato allo stadio dal “Podestà della Giostra”.

Il secondo evento che la precede è il “Torneo della Bigorda d’Oro”, detto anche “Palio dei Giovani”, giacché identico a quello vero e proprio ma compiuto dalle “giovani leve”, che si svolge il sabato prima della seconda Domenica di Giugno.

Il terzo, infine, ha luogo il terzo fine settimana di Giugno, e consiste nello spettacolare “Torneo degli Alfieri Bandieranti”, conosciuti anche come “Sbandieratori”; nella stessa occasione si svolge anche la “Gara dei Musici”, che con il rullio dei loro dei tamburi e lo squillo delle loro chiarine -specie di trombette- accompagnano, allietano ed entusiasmano l’atmosfera del tutto.

Senza contare, tutt’intorno, la costante presenza del Corteo Storico, potente rappresentazione evocativa dell’epoca e dei suoi costumi, costituito dal Gruppo municipale e dai Rioni, sfilanti ciascuno al suono ritmato della propria marcia, e seguiti da figuranti di armigeri, dame, cavalieri…

In effetti, dal 1964, c’è ancora un ultimo avvenimento legato al Palio di Faenza, che di fatto lo conclude, la “Nott de bisò”: esso si svolge la notte del 5 Gennaio, in concomitanza con l’Epifania, quando a Mezzanotte viene dato fuoco ad un grande pupazzo di cartapesta raffigurante il Niballo, vestito con i colori del rione vincitore dell’anno appena trascorso; i rionali credono scaramanticamente che la direzione in cui cadrà la sua testa avvolta dalle fiamme, verso uno o l’altro dei 5 stand dei rioni, indicherà così il prossimo rione vincente. E nel frattempo, tutti coloro che sono presenti potranno assaporare il caldo e tradizionale “bisò” -il “vin brulè”, in dialetto faentino- preparato sul posto e versato nei “gotti”, piccole tazze di ceramica faentina, dipinti coi simboli di ogni rione…

Vittoria Montemezzo

LA STORIA DI PAOLO E FRANCESCA

Forse pochi sanno o ricordano che Dante Alighieri, il celebre poeta e padre della letteratura italiana, durante gli ultimi anni della sua vita(dal 1317 al 1321), ancora in esilio da Firenze, fu ospite presso la corte di un certo Guido da Polenta -una frazione di Bertinoro, in provincia di Forlì- a Ravenna, della quale città questi era infatti il signore, nonché condottiero di parte guelfa: egli era riuscito a conquistarla nel 1275 con un colpo di mano, sottraendola ai Traversari, famiglia ghibellina sua acerrima nemica, grazie all’intervento in suo aiuto della cavalleria di Giovanni Malatesta; ma chi era costui? Non altri che “Gianciotto” -cioè “Gianni lo zoppo”, così chiamato a causa di una malformazione fisica che aveva dalla nascita, la quale, appunto, lo costringeva a zoppicare-, fratello di quel Paolo Malatesta che il “Sommo Poeta” collocò -suo malgrado- nell’Inferno (Canto 5°) e specificamente nel “Girone dei Lussuriosi”, insieme alla sua amata Francesca…figlia di Guido da Polenta! Insomma, a questo punto è opportuno fare un po’ d’ordine: Guido da Polenta, il signore di Ravenna che ospitò l’esule Dante alla sua corte, per ringraziare Gianciotto Malatesta dell’aiuto nella conquista della città, gli diede in sposa sua figlia Francesca -ricordata in seguito come Francesca da Rimini, proprio in quanto moglie di un membro della famiglia dei Malatesta, allora signori di Rimini; ella però venne ingannata, poiché alla corte di Ravenna le venne inviato come sposo “per procura”, al posto di Gianciotto, suo fratello Paolo, al contrario di lui bello ed elegante: lei fu quindi felice e convinta del suo “sì” fino al momento in cui scoprì la verità, cioè di essere diventata invece la moglie di Gianciotto… Il seguito di questa tragica storia, della quale Dante era venuto a conoscenza in qualità di ospite di questa corte, probabilmente è piuttosto noto: un giorno, narra il poeta, trovandosi Francesca e il cognato Paolo insieme a leggere un libro -e che libro! Quello in cui erano narrate le gesta di Lancillotto, il primo cavaliere del leggendario e britannico Re Artù, che proprio in quel passo baciava di nascosto Ginevra, la moglie di questi, di cui si era innamorato e che lo ricambiava-, i due non resistettero al loro simile amore reciproco e clandestino, e si abbandonarono anch’essi ad un bacio, sancendo così, purtroppo, la loro condanna a morte da parte di Gianciotto: il quale infatti, scoperto il tradimento, li uccise entrambi. Forse inutile dire che, in seguito a questo fatto, l’alleanza tra i Malatesta e i da Polenta venne meno…

LA COLONNA DELL’OSPITALITA’

Sotto al loggiato del Palazzo Comunale di Bertinoro si trova un’epigrafe in cui sono riportati alcuni versi del 14°Canto del “Purgatorio” di Dante, che attestano la sua ammirazione per il valore dell’ospitalità di questo territori; essi narrano, infatti, la storia di un certo Guido del Duca, giunto nel borgo con l’incarico di giudice: a causa delle violenze che si protraevano tra le famiglie nobili del luogo, egli decise di far erigere, insieme ad un altro nobile bertinorese suo amico, Arrigo Mainardi, una colonna di pietra con infissi dodici anelli di bronzo uguali tra loro, uno per ciascuna famiglia nobile, l’unica a conoscere il proprio specifico: quando un viandante fosse sopraggiunto in paese, avrebbe legato la sua cavalcatura o il suo bordone -lungo bastone ricurvo tipico dei pellegrini- ad uno di questi anelli, e così solo il destino avrebbe deciso da quale di queste famiglie egli sarebbe stato ospitato, evitando così le dispute tra di esse. Veniva a crearsi in questo modo un’occasione di pace per la comunità, basata inoltre sull’accettazione dell’”altro”, dello “straniero”. “La Colonna degli Anelli” si trova ancora lì, in Piazza della Libertà, e da allora, ogni prima Domenica di settembre, è la protagonista del Rito dell’Ospitalità, a confermare tale nobile predisposizione dei bertinoresi.

In sostanza, chi volesse “incontrare” la storia del “Sommo Poeta” a Bertinoro, oltre alla città stessa e alla sua caratteristica Colonna, potrà visitarne la Rocca millenaria -dal 2005 anche sede del “Museo Interreligioso”, dedicato alle tre grandi religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam-, nonché la suggestiva, antica Pieve di San Donato in Polenta, dove probabilmente, citando il poeta Giosuè Carducci, “Dante inginocchiòssi”, mentre la leggiadra, sfortunata Francesca “temprava gli ardenti occhi al riso” … Ancora oggi, su di un poggio nelle vicinanze di Polenta, s’innalza un cipresso in nome di lei, piantato dallo stesso Carducci, in sostituzione di quello originale, che era stato distrutto da un fulmine…

Vittoria Montemezzo

Recandosi a conoscere la città di Rimini, non si può -per modo di dire- tralasciare di visitarne il Duomo, uno dei suoi monumenti più significativi, dall’aspetto così particolare che a prima vista quasi non lo si crederebbe un edificio religioso; in effetti esso è conosciuto con il nome di “Tempio Malatestiano”: come mai? I Malatesta erano la casata nobiliare che regnò su Rimini dal 1295 al 1500 (e successivi brevi periodi), costituendo una tra le più importanti e influenti signorie dell’epoca rinascimentale in Italia; essi pretendevano di discendere dalla “Gens Cornelia”, antica famiglia romana, e nello specifico dal suo esponente più famoso, il console e generale Publio Cornelio Scipione l’Africano, che sconfisse il condottiero cartaginese Annibale, e fu proprio questo il motivo per cui adottarono la figura dell’elefante tra i loro stemmi araldici; Il nome “Malatesta” deriverebbe inoltre dall’appellativo attribuito ad un loro antenato del 10°secolo, tale Rodolfo, dimostratosi particolarmente tenace e coraggioso nel difendersi dagli attacchi esterni. Tuttavia, il vero artefice del periodo di splendore e prosperità vissuto dalla città fu Sigismondo Pandolfo Malatesta: egli fu infatti un colto umanista e mecenate, che si circondò dei più notevoli artisti e letterati dell’epoca -tra i quali l’architetto Leon Battista Alberti e il pittore Piero della Francesca-, per dare lustro e magnificenza a sé, la sua stirpe e la sua corte. Il Duomo è dunque considerato l’opera più importante del Rinascimento riminese, nonché una delle più caratteristiche del Quattrocento italiano, poiché fu la massima espressione di tutto ciò, e non a caso venne chiamato “tempio”: la sua speciale architettura e i suoi decori, infatti, riuniscono in sé innumerevoli significati simbolici e richiami alla filosofia e cultura classica, nonché a quella neoplatonica, alle quali Sigismondo Pandolfo aderiva fervidamente; al punto tale che il Papa Pio 2°Piccolomini scrisse di lui nel seguente modo, nei suoi “Commentarii”: “Costruì un nobile tempio a Rimini in onore di San Francesco; ma lo riempì di tante opere pagane che non sembrava un tempio di cristiani ma di infedeli adoratori dei demoni”

Per il signore di Rimini, il maggiore ispiratore di questa cultura fu Giorgio Gemisto Pletone, un filosofo neoplatonico bizantino che aveva contribuito alla riscoperta dell’antico filosofo greco Platone nell’ambito dell’Umanesimo, durante il primo Rinascimento Italiano; questi credeva inoltre in un ideale di unificazione tra le diverse religioni -cosa che il Cattolicesimo Occidentale “ufficiale” dell’epoca non approvava di certo… Tale eminente filosofo, che tanto influenzò il suo pensiero, venne a lui introdotto per la prima volta quando aveva appena sei anni, attraverso una lettera inviatagli da Ciriaco d’Ancona -quest’ultimo considerato il padre dell’Archeologia; e quando morì, quasi centenario, egli ne trovò le spoglie, mentre partecipava all’assedio della città di Mistrà, in Grecia, e le portò con sé in Italia, facendole poi riporre in un’arca sul fianco destro del Tempio Malatestiano, insieme a quelle di altri importanti umanisti.

Sigismondo Pandolfo fu dunque anche un abile condottiero, ma i suoi grandiosi progetti necessitavano di considerevoli finanziamenti, e questo motivo lo spinse a volte ad essere spregiudicato nel corso delle varie guerre alle quali prese parte, passando da un fronte all’altro: ciò gli inimicò presto diverse importanti personalità dell’epoca -compreso il sopra citato Papa Pio 2°-, che lo emarginarono e fecero di tutto per sconfiggerlo; in particolare, condusse una lunga e logorante guerra “senza quartiere” contro il duca Federico di Montefeltro, contendendosi con questi il dominio sulla città di Pesaro, nelle Marche, senza tuttavia riuscire mai nell’impresa. Durante la sua vita, però, molte altre imprese gli apportarono successo e fama, e la sua esperienza nelle arti belliche lo spinse ad ideare e far costruire anche l’altro monumento-simbolo del periodo dorato del suo governo su Rimini, Castel Sismondo: palazzo e fortezza insieme, dalle proporzioni grandiose e visivamente rappresentante il potere e il prestigio della sua dinastia.

Anche per quanto riguarda le sue “politiche matrimoniali”, egli si dimostrò saggio e accorto, dapprima sposando Ginevra d’Este, nel 1434, e in seguito, nel 1442, Polissena, figlia di Francesco Sforza: questi due matrimoni gli garantirono infatti vantaggiose alleanze; la terza e ultima volta, si sposò invece per amore, con Isotta degli Atti, nel 1456, e nel Tempio Malatestiano è riportata più volte, quasi ossessivamente, la sigla con le iniziali dei loro nomi intrecciate, la “I” e la “S”. Dai suoi matrimoni nacquero alcuni figli legittimi, ma, essendo lui di carattere molto passionale, ne ebbe anche diversi al difuori, quindi solo “naturali”, che però in seguito legittimò.

Così, addentrandosi in questo particolarissimo duomo-tempio-mausoleo classicheggiante, troveremo in una cappella il bellissimo affresco del celebre pittore rinascimentale Piero della Francesca, raffigurante, in una cornice di finti rilievi marmorei di cornucopie e con agli angoli gli stemmi della Signoria, “Sigismondo Pandolfo in preghiera davanti a San Sigismondo”, culmine della glorificazione del signore di Rimini. In esso si mescolano, infatti, significati cristiani e pagani, nonché il culto dinastico di questo speciale committente: con la figura del suo protettore, San Sigismondo, che cela in sé le fattezze di Sigismondo di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero dal 1433, il quale rese cavaliere il Malatesta, legittimandone il potere e la successione; e i due levrieri accucciati dietro di questi, simbolo di fedeltà, il bianco, e di vigilanza, il nero…

Vittoria Montemezzo